A mia madre, chiunque lei sia

Ci siamo raccontati le nostre vite davanti a una birra, una sera di primavera del 2006. Lei aveva messo troppo rossetto, quasi a disegnarsi un sorriso. Per questo da allora la chiamavo il mio piccolo clown, perchè anche in piena estate aveva sempre il naso freddo e rosso come quelli che i pagliacci mettono su per essere buffi. Mi raccolse come un fiore dalla strada, riconobbe il mio odore, mi scelse. Non mi lasciò appassire in un vaso, mi ripiantò nel suo giardino dove conobbi una seconda vita. Prima di allora avevo vissuto da adulto senza essere stato mai un bambino, lei mi aveva insegnato a tornare indietro, a giocare, a cadere. Imparai a scrivere lettere, a suonare il pianoforte, ad abbracciare gli alberi. Imparai ad aspettare. I suoi erano occhi che facevano rumore, avevano un candore triste, che avvolgeva come lana, ma senza pungere. Sono stato suo perchè mi ha lasciato essere mio.

Pubblicato in: on 2 maggio 2011 at 12:00  Lascia un commento  

A saperlo sarei nata puntuale

Non sono una che dà consigli, anzi a dirla tutta mi provocano l’orticaria, ma se proprio vuoi saperlo se fossi in te io mi vestirei di rosso, con uno di quegli abiti scivolati che rispolverano i ’50, scollati appena sulle spalle e annodati in vita con un nastro alto, ampi di gonna fino a sfiorare il ginocchio. Proverei a stare dritta sui miei tacchi a spillo e a non impasticciarmi i guanti di pelle col rimmel nel caso in cui il venticello primaverile del Lungotevere e la sua bella bocca che mi chiede dov’è che ci siamo già visti mi facessero venir su i lucciconi. Avrei un bel neo scuro disegnato sotto lo zigomo sinistro, e tanti bei riccioli color castagna in cui intrecciare le dita smaltate di fresco mentre, seduti al bar, davanti a un bicchiere di vino, gli direi trascinando la voce che sono libera domani sera. Avrei di che sospirare mentre, riaccompagnandomi a casa, nella sua Plymouth cabriolet d’epoca lui facesse partire un pezzo di Charlie Rich. Mi stringerei nella mia pelliccia di volpe inspirando il suo fumo e il suo profumo, muovendo la testa lentamente a tempo di musica e lasciandomi accarezzare la nuca dal sole tenue del tramonto. Oh, se solo fossi in te. Ma sono solo in me, capitata senza un soldo e con 60 anni di ritardo, e come animale domestico invece di un uomo mi sono scelta un cane.

Pubblicato in: on 2 febbraio 2011 at 19:00  Lascia un commento  

Crisalide

Sono un bambino con gli occhiali. Il resto mi sembra trascurabile. Guardo le gambe di Margherita, seduta al secondo banco a destra della prima fila, soltanto quando fissare il vuoto comincia ad innervosirmi e gli amici con cui di solito chiacchiero sono intenti a copiare le divisioni a tre cifre alla lavagna oppure ho finito le cartucce della mia cerbottana. Quando lei indossa i pantaloni trovo altri ameni passatempi come rubare la merendina a Mario il secchione, gettare palline di carta nei boccoli della nipote della maestra, e pensare a tutti i sinonimi della parola ameni ripetendoli nella mente in ordine alfabetico. Io ho gli occhiali e so fare a mente tutte le moltiplicazioni, ma non sono mica come Mario, io ho baciato ben tre volte sulla bocca la mia compagna di banco alla festa in maschera, quando lei era vestita da Minnie e aveva il rossetto rosso e le scarpine che facevano rumore a ogni passo. Tutti i miei amici mi rispettano perchè li lascio copiare durante il compito in classe di analisi grammaticale e perchè sono l’unico a sapere cos’è un logaritmo. Eppure ci sono dei momenti in cui mi sento solo, anche se la mamma viene in camera ad abbracciarmi con la scusa di rimboccarmi le coperte e papà mi prende sulle spalle facendo il verso del cavallo. Se un giorno avrò un fratellino gli insegnerò ad essere stupido, così magari lui, per sdebitarsi, un giorno mi insegnerà a volare.

Pubblicato in: on 27 gennaio 2011 at 20:29  Lascia un commento  

quando la malattia coincide con la cura

Un giorno ritroverai i suoi occhi scuri in quelli di un bambino che ti chiede l’elemosina ai semafori, e magari allora sarai già distratto dalla vita che intanto è ricominciata, tuo malgrado, e come un fiume in piena ti ha rimesso in piedi, armato di scudo  stavolta, in questa bizzarra lotta di sopravvivenza. Quel bambino, stringendo euforico  nel palmo le tue tre monete dorate, ti sarà già alle spalle quando di colpo il semaforo scatterà sul verde, e tu, scostando  lentamente il piede dalla frizione, nel suo sguardo avrai riconosciuto quello, dolce, di tuo padre. Orfano non sei di lui, che ogni giorno, guardando la tua immagine allo specchio, rivedrai nel tuo stesso viso invecchiato troppo in fretta, indurito nei tratti dallo strappo improvviso, dall’assenza non annunciata giunta di notte, a tradimento, lontana chilometri, irreversibile,  spietata. Orfano sei solo di un addio, perduto per la colpa di essere arrivato troppo tardi, e dei suoi abbracci schivati per imbarazzo ma ricevuti con silenziosa gratitudine.

Pubblicato in: on 19 gennaio 2011 at 17:03  Commenti (1)  

esercizi di eleganza

Avrei lasciato passare il treno delle 16,43, poi quello  delle 17,50. E quello delle 18,28 ancora. Tutti troppo pieni, ma poco male. Avrei avuto valanghe di gente da osservare mentre calava la sera sulla stazione, valanghe di vite interessanti o noiose da immaginarmi mentre il buio mi avrebbe fatto da ombra, e avrei finito per diventare anch’io solo uno dei tanti pendolari col naso per aria in attesa di scoprire il binario dell’ultimo treno per un posto definibile casa. Tutti, scorgendomi o meno, badando a me o ignorandomi, mi avrebbero confuso per una persona qualunque, un passeggero stanco e distratto in ritorno da una faticosa trasferta di lavoro, nella migliore delle ipotesi per un tizio scortese o vagamente misantropo, nella peggiore per un potenziale  maniaco sul punto di mostrarsi improvvisamente nudo sotto l’impermeabile scuro. Avrebbero cambiato strada incrociandomi, stretto più forte a sè i loro bambini, scelto il vagone più lontano dal mio per timore di contrarre chissà quale rara malattia mortale a trasmissione aerea . E invece. Sono rimasto lì fino all’alba, con in mano il mio mazzo di rose rosse ormai rinsecchite. Quella notte avevo perso in un colpo solo e con crescente disinvoltura una mezza dozzina di treni, una donna, un migliore amico e una ragione per regalare fiori.

Pubblicato in: on 14 dicembre 2010 at 10:13  Commenti (5)  
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