Sono un bambino con gli occhiali. Il resto mi sembra trascurabile. Guardo le gambe di Margherita, seduta al secondo banco a destra della prima fila, soltanto quando fissare il vuoto comincia ad innervosirmi e gli amici con cui di solito chiacchiero sono intenti a copiare le divisioni a tre cifre alla lavagna oppure ho finito le cartucce della mia cerbottana. Quando lei indossa i pantaloni trovo altri ameni passatempi come rubare la merendina a Mario il secchione, gettare palline di carta nei boccoli della nipote della maestra, e pensare a tutti i sinonimi della parola ameni ripetendoli nella mente in ordine alfabetico. Io ho gli occhiali e so fare a mente tutte le moltiplicazioni, ma non sono mica come Mario, io ho baciato ben tre volte sulla bocca la mia compagna di banco alla festa in maschera, quando lei era vestita da Minnie e aveva il rossetto rosso e le scarpine che facevano rumore a ogni passo. Tutti i miei amici mi rispettano perchè li lascio copiare durante il compito in classe di analisi grammaticale e perchè sono l’unico a sapere cos’è un logaritmo. Eppure ci sono dei momenti in cui mi sento solo, anche se la mamma viene in camera ad abbracciarmi con la scusa di rimboccarmi le coperte e papà mi prende sulle spalle facendo il verso del cavallo. Se un giorno avrò un fratellino gli insegnerò ad essere stupido, così magari lui, per sdebitarsi, un giorno mi insegnerà a volare.
Crisalide
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