A mia madre, chiunque lei sia

Ci siamo raccontati le nostre vite davanti a una birra, una sera di primavera del 2006. Lei aveva messo troppo rossetto, quasi a disegnarsi un sorriso. Per questo da allora la chiamavo il mio piccolo clown, perchè anche in piena estate aveva sempre il naso freddo e rosso come quelli che i pagliacci mettono su per essere buffi. Mi raccolse come un fiore dalla strada, riconobbe il mio odore, mi scelse. Non mi lasciò appassire in un vaso, mi ripiantò nel suo giardino dove conobbi una seconda vita. Prima di allora avevo vissuto da adulto senza essere stato mai un bambino, lei mi aveva insegnato a tornare indietro, a giocare, a cadere. Imparai a scrivere lettere, a suonare il pianoforte, ad abbracciare gli alberi. Imparai ad aspettare. I suoi erano occhi che facevano rumore, avevano un candore triste, che avvolgeva come lana, ma senza pungere. Sono stato suo perchè mi ha lasciato essere mio.

Pubblicato in: on 2 maggio 2011 at 12:00  Commenti (1)  

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  1. Spero vivamente che questa voce torni a raccontare storie. Se il mezzo dovesse cambiare fai un fischio. Ripasserò da qui.


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